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Martedì, 29 Dicembre 2020 18:37

Il letargo

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Il letargo

Le tartarughe terrestri sono animali eterotermi in quanto la temperatura del corpo varia con quella dell’ambiente esterno...

e quindi dipendono dal calore del sole per mantenere la loro normale temperatura corporea.

Gli animali eterotermi come le tartarughe, comunemente chiamati “a sangue freddo”, avendo un basso tasso metabolico, producono poco calore. Poiché, a differenza degli omotermi (Uccelli e Mammiferi), non posseggono meccanismi di regolazione della temperatura, ricorrono a vari accorgimenti per soddisfare la necessità di termoregolare il proprio corpo, come l’esposizione al sole, l’estivazione e, nel periodo invernale, il letargo: una sorta di vita latente che comporta un rallentamento reversibile delle funzioni.

Nei climi temperati, infatti, durante la stagione invernale il sole non è in grado di fornire loro il calore necessario a svolgere le normali attività dell’organismo, e in tali condizioni questi rettili vanno in letargo, chiamato anche impropriamente ibernazione, perché le prime osservazioni su tale fenomeno furono eseguite su Mammiferi (ghiri, marmotte) che cadono in letargo nel periodo invernale.

Durante il letargo la loro temperatura corporea si abbassa notevolmente e si alterano tutti i processi fisiologici: la frequenza cardiaca e quella respiratoria si riducono moltissimo, il sistema digestivo non è in grado di funzionare e anche il sistema immunitario è molto meno efficiente.

Nelle tartarughe dei nostri climi il letargo viene indotto dalla diminuzione della temperatura diurna e delle ore di luce. La durata del letargo è di circa 20 settimane, da novembre a marzo, ma nelle regioni meridionali può ridursi a solo 8 settimane Il comportamento naturale in risposta a questi stimoli consiste nella diminuzione dell’attività e, soprattutto, nella sospensione dell’alimentazione, per svuotare l’intestino in preparazione al sonno invernale.

Le tartarughe che vanno in letargo sono Testudo hermanni, Testudo marginata, Testudo graeca e Terrapene spp. Molte tartarughe del Nord Africa (diverse sottospecie di Testudo graeca) provengono invece da località in cui la temperatura invernale resta mite e non vanno in letargo bensì in estivazione (un periodo di inattività, che permette loro di sfuggire alle temperature troppo alte, trascorso in buche scavate nel terreno): per questi animali il letargo invernale può essere fatale e va evitato.
Il letargo ha un’azione benefica sulla salute e sul metabolismo delle tartarughe, ed è importante per la riproduzione perché stimola e sincronizza il ciclo riproduttivo.

IL LETARGO ALL’APERTO

Le tartarughe mediterranee allevate all’aperto riducono gradualmente l’assunzione di cibo con l’avvicinarsi dell’autunno, fino a cessare del tutto l’alimentazione alcune settimane prima di entrare in letargo per trovarsi così con l’apparato digerente completamente vuoto, che è la condizione ideale per affrontare il sonno invernale.

Quando poi le condizioni climatiche raggiungono un punto critico, le tartarughe iniziano a scavare nel terreno e si interrano (uno stratagemma piuttosto “sicuro” visto che, anche con temperature esterne particolarmente fredde, già a pochi centimetri di profondità il gelo non penetra nel terreno). I rischi di questo metodo sono, invece, legati all’attacco di predatori, in particolare topi e ratti, e alla possibilità che il punto in cui si trova la tartaruga venga inondato dall’acqua in caso di precipitazioni molto intense.

Per un ottimo letargo è bene dotare la recinzione di svariati rifugi coperti con un terriccio misto a torba. La temperatura ambientale si deve mantenere intorno ai 5°C: a questa temperatura la tartaruga si addormenta profondamente consumando il minimo indispensabile di energie. A tal proposito, una volta interrate ed entrate in letargo, è necessario coprire le tartarughe con foglie secche o paglia.

Temperature inferiori a 2°C portano l’esemplare al congelamento dei tessuti e a gravi conseguenze celebrali, ma questo accade solo ad esemplari che trascorrono il letargo all’aperto senza un’adeguata protezione. Sopra i 10°C invece l’esemplare attiverà in parte il suo metabolismo, ma le condizioni non sono tali da potergli permettere di attivare l’apparato digerente: in questo caso la tartaruga consumerà tutte le sue riserve fino a morire.

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